THE DREAM

Installazione di suono e luce permanente

 

THE DREAM come installazione permanente nasce ufficialmente nel maggio del 2011 ma il processo che ci ha portato alla sua realizzazione risale a diversi anni fa.
Già verso la fine degli anni novanta avevamo in mente di realizzare una installazione sonora multicanale con diffusori appesi al soffitto e luci colorate. Di quel progetto esistono alcuni schizzi e furono fatti alcuni allestimenti di prova che ebbero breve durata. L’idea andava maturando parallelamente alle nostre conoscenze tecniche e all’evoluzione di una ricerca stilistica e formale ancora incompleta. Dopo aver incontrato a Bologna La Monte Young e Marian Zazeela, il 9 maggio del 2000 visitammo la loro Dream House in Church Street a New York, esperienza che ebbe l’effetto di rafforzare definitivamente la nostra intenzione e che fu di grande e assoluta ispirazione.

Dal 2007 al 2010 abbiamo lavorato attorno ad un’idea di installazione audiovisiva dal vivo, che abbiamo presentato in forma di spettacolo itinerante e con il titolo di “Dreamspaces” in vari festival e centri d’arte tra cui la Galleria d’Arte Moderna di Udine, Die Schachtel a Milano, Electro Media Works ad Atene, Salon Bruit a Berlino, Logos Foundation a Gand, Fàbrica do Braço de prata a Lisbona, Niu Espai Artisti Contemporani a Barcelona, Skolska28 Gallery a Praga, Lydgalleriet a Bergen, Kentler Gallery a New York. Dopo quattro anni abbiamo preso la decisione di “trovare casa” a questo nostro progetto che assumeva via via le caratteristiche di un ambiente totale sempre più accurato. Ci siamo messi in cerca di una sede permanente così da poterlo migliorare costantemente nel tempo, farlo crescere in un luogo dedicato, non dover più scendere a continui compromessi dovuti a disponibilità tecniche ed economiche non sempre all’altezza.

Un luogo stabile per questo nostro progetto non era solo necessario e irrinunciabile in quanto l’allestimento richiedeva tempi lunghi e una cura particolare per i dettagli, ma è anche connaturale all’essenza stessa dell’opera, un’opera in cui contenuto e contenitore sono indissolubilmente legati.

Ci sono artisti che producono continuamente nuove opere, cambiano tecniche, si dedicano a nuove forme e utilizzando media sempre diversi. Un artista generalmente realizza un’opera e quando ritiene che sia completa ne inizia una nuova. In alcuni casi invece, l’opera diviene oggetto di aggiornamento e perfezionamento continuo, evolve, viene mantenuta e curata come una forma di vita. THE DREAM rientra in questa seconda categoria, viene aggiornata costantemente e contiamo di perfezionare la sua forma e di accrescere con gli anni la simbiosi con essa.

 

Perché lo facciamo

THE DREAM è dichiaratamente un’opera d’arte e pertanto non ha nessuna motivazione se non il fatto di esistere. Quest’ultima precisazione sarebbe superflua se non fosse che molti ospiti ci hanno chiesto il motivo per cui lo facciamo. Ci è stato chiesto se pensiamo che possa avere effetti psicologici o terapeutici, ci è stato chiesto se è stata pensata per fare yoga, tai-chi o altre forme di meditazione. Noi a tutte queste domande rispondiamo di no, che non v’è altra intenzione originaria se non quella di farne quello che è, un luogo che prima non c’era. Per dirla con le parole che ci disse un giorno Karlheinz Stockhausen: “Creare è necessario”.

Molti visitatori ci dicono di non avere i mezzi per comprendere il significato di un’opera come questa. Noi riteniamo che sia solo una questione di abitudine, di familiarità col nostro linguaggio. THE DREAM è fondamentalmente un luogo e una durata. Può richiedere un “tempo minimo di adattamento”, ci vuole un po’ di pazienza, dopodiché si spiega da sola.

Il nostro lavoro si ispira ed omaggia dichiaratamente le Dream Houses di La Monte Young e Marian Zazeela ma attinge ad un bacino più ampio di suggestioni. Più in generale ne sono state fonte di ispirazione tutte quelle opere del contemporaneo che hanno nel “luogo” il loro oggetto parlante, che espongono lo spazio stesso, o meglio espongono la percezione di esso. Pensiamo agli Skyspaces o al Roden Crater di James Turrell, alle opere di Olafur Eliasson, o anche alla performance di Stimmung nella cava di Jeita di Stockhausen del 1969, insomma a tutte quelle forme d’arte che sfruttano l’esplorazione cosciente dello spazio acustico, visivo, materico e che incorporano nel messaggio che veicolano la propria stessa presenza e dipendenza dal luogo dove possono essere ammirate, vissute, contemplate.
In un tempo in cui la tecnologia sembra aver annullato le distanze il luogo si riappropria della sua unicità.

A tutte quelle opere ed esperienze del contemporaneo che propongono una esplorazione ultra sensibile dell’ambiente, che spronano alla consapevolezza di sé, dell’ascolto, del proprio spazio, a loro e ai loro creatori è dedicato questo progetto.

Antonio Della Marina e Alessandra Zucchi